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    April 27

    La follia d'amore (Lucrezio)

     

    Né dei frutti di Venere è privo colui che evita l'amore,

    ma piuttosto coglie le gioie che sono senza pena.

    Giacché certo agli assennati ne viene un piacere più puro

    che ai malati d'amore. Infatti nel momento stesso del possedere

    fluttua ed erra incerto l'ardore degli amanti, né sanno

    che cosa debbano prima godere con gli occhi e le mani.

    Quel che hanno desiderato, lo premono strettamente, e fanno

    male al corpo, e spesso infiggono i denti nelle labbra,

    e urtano bocca con bocca nei baci, perché non è puro il piacere

    e assilli occulti li stimolano a ferire l'oggetto stesso,

    quale che sia, da cui sorgono quei germi di furore.

    Ma lievemente attenua le pene Venere nell'atto di amore

    e il carezzevole piacere, commisto, raffrena i morsi.

    Giacché in ciò è la speranza: che dallo stesso corpo

    da cui è nato l'ardore, possa anche essere estinta la fiamma.

    Ma la natura oppone che ciò avviene tutto al contrario;

    e questa è l'unica cosa per cui, quanto più ne possediamo,

    tanto più il petto riarde d'una crudele brama.

    Difatti cibo e bevanda sono assorbiti dentro le membra;

    e poiché possono occupare determinate parti,

    perciò la sete e la fame si saziano facilmente.         

    Ma di una faccia umana e di un bel colorito nulla, di cui

    si possa godere, penetra nel corpo, tranne tenui simulacri,

    che spesso trascinano la mente con una misera speranza.

    Come quando in sogno un assetato cerca di bere e non gli è data

    bevanda che nelle membra possa estinguere l'arsura,

    ma a simulacri di acque aspira e invano si travaglia

    e in mezzo a un fiume impetuoso bevendo patisce la sete,

    così in amore Venere con simulacri illude gli amanti,

    né possono saziare i propri corpi contemplando corpi pur vicini,

    né sono in grado di strappar via qualcosa dalle tenere membra

    con le mani errando incerti su per tutto il corpo.

    E quando, alfine, congiunte le membra, si godono il fiore

    di giovinezza, quando il corpo già presagisce il piacere,

    e Venere è sul punto di effondere il seme nel femmineo campo,

    s'avvinghiano avidamente al corpo e mischiano le salive

    bocca a bocca, e ansano, premendo coi denti le labbra;

    ma invano; perché non possono strapparne nulla,

    né penetrare e perdersi nell'altro corpo con tutto il corpo;

    infatti sembra talora che vogliano farlo e che per questo lottino:

    tanto ardentemente si tengono avvinti nelle strette di Venere,

    finché le membra si sciolgono, sfinite dalla forza del piacere.

    Infine, quando il desiderio costretto nei nervi ha trovato sfogo,

    segue una piccola pausa dell'ardore violento, per poco.

    Quindi torna la stessa rabbia, e di nuovo li invade quel furore,

    quando essi stessi non sanno ciò che bramano ottenere,

    né sono in grado di trovare che mezzo possa vincere quel male:

    in tanta incertezza si consumano per una piaga nascosta.

     

    (Lucrezio De rerum natura, IV)

     

     

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